domenica 25 maggio 2008

lettera

Questa è una lettera inviata al quotidiano "la repubblica", che forse non vedrà mai luce su carta. Ho deciso di pubblicarla sul mio blog. È stata scritta da una donna che mi è molto vicina, anzi dalla donna che più di tutti a questo mondo è mai stata capace di toccare i miei nervi nascosti e profondi.
La lascio qui, senza commenti, solo per mettere in evidenza argomenti su cui bisognerebbe riflettere un po'.


21 maggio 2008
Cara Repubblica,
scrivo perchè questa mattina al mercato del mio paese ho visto una cosa che mi ha profondamente turbata.
Ho 27 anni, sono laureanda in giurisprudenza e ho una bambina di 17 mesi. E sono di sinistra. Lo dico perchè si capisca che non voto Lega, non ho paura degli immigrati e neanche dei rom. Anzi, a dirla tutta il veneto xenofobo mi ha da sempre resa inquieta e provocato cupe paure di ritorni alle violenze del nostro recente passato.

Ciò non toglie che vedere -o meglio, non vedere- una donna mussulmana completamente velata dalla testa ai piedi, con solo gli occhi appena appena scoperti, mi ha sconvolta.
A Montebelluna sono moltissime le persone straniere: c'è una viva dimensione di asiatici, africani, sudamericani, slavi e arabi. E camminando per la strada sembra proprio che il paesello si stia trasformando in una realtà interculturale ricca di spunti e stimoli alla crescita culturale di tutti noi.
Io non parlo nessuna delle lingue di queste persone, ma riesco comunque ad entrare in contatto con loro. Ad esempio quando studio alla biblioteca comunale e si siedono accanto a me ragazze mussulmane ci salutiamo ammiccando con un cenno del viso, e se ci vediamo al supermercato ci riconosciamo l'un l'altra e ci salutiamo nuovamente
Oppure quando porto al parco la mia bambina e troviamo mamme "di tutte le fogge e colori", anche lì con ciascuna di esse basta uno sguardo e si instaura un rapporto. Che sia la mamma albanese che ti sorride con comprensione quando ti vede correre per evitare che tua figlia si butti dall'altalena, o che sia l'altra mamma cinese che invece ti guarda con un po' di commiserazione ( visto che sua figlia invece sta seduta composta come se fosse sul banco di scuola), in ogni caso si stabilisce un contatto. E appare lampante come tutte le differenze del mondo non pesino mai quanto quello che si ha in comune: siamo tutte genitori che hanno a cuore i propri figli, e ce lo si legge negli occhi apprensivi, nei sorrisi incoraggianti, nelle pieghe del viso.

Ecco, tutto ciò non è possibile con la donna col niqab.
Quale integrazione è possibile, quando trovi dall'altra parte un muro di tela nera impenetrabile?
Per ora questa è la prima persona che vedo completamente coperta, ma mi domando, cosa succederebbe se il paesaggio montebellunese si popolasse di questi fantasmi?

L'Italia non deve permettere che questo accada. La strada per il pieno riconoscimento della dignità della donna è ancora lunghissima, già nella nostra cultura occidentale. Non deve accadere che sotto la bandiera della reciproca tolleranza si consentano in Italia pratiche che equivalgono alla negazione dell'identità della donna, come quella di cui sono stata testimone oggi. O come l'infibulazione, atto di vera e propria violenza e prevaricazione. Se il controllo e la gestione delle situazioni nel territorio è delicatissima e forse complicata quanto al discorso dell'infibulazione, riguardo al niqab la reazione delle istituzioni deve essere immediata già solo in merito al consentire o meno quel tipo di abbigliamento nelle strade del nostro Paese.
E la risposta è no, non si può permettere. Poi le alte sfere elaborino soluzioni più ad ampio respiro, che lavorino sul problema im maniera più accorta e profonda, ma intanto non si permetta in Italia una cosa del genere.
Il niqab non solo è la negazione della dignità della donna (e comunque già solo per questo va contrastato), ma è in ogni caso un ostacolo insormontabile all'integrazione dei popoli e a quel reciproco riconoscimento che è alla base dell'instaurazione dei rapporti interpersonali.
Non occorre una legge ad hoc per vietarlo in Italia: esso è già fuori dalla legge ed incostituzionale. Allora in questo caso si applichi la legge. Sempre. Non si lasci per eccesso di lassismo che questa pratica si diffonda nel nostro Paese, la si contrasti e si imponga a chiunque viva in Italia il rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo. E della donna.

Ho scritto questa lettera perchè quella non-donna mi ha terrorizzata. Per quello che non ho potuto capire di lei e per quello che il suo abito rappresenta. Aspetto rassicurazioni dalle mie istituzioni.

3 commenti:

Donna Cannone ha detto...

La Sua lettera è interessante ma contradittoria. Dice che non parla nessuna lingua delle donne che incontra. Presume di intenderle con un gestoo un sorriso. Dunque come pensa di poter decidere per loro?
Senza conoscerne nè comprenderne la cultura e il passato?
Non crede che sia più violento imporre a queste donne di denudarsi senza aver costruito alcun dialogo?

Che strano sentimento si cela dietro la sua lettera? Sembra che si tratti solo di qualche grado diverso di intolleranza rispetto a quello dei Suoi concittadini.

Saluti

Donna Cannone ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
homo in vitro ha detto...

Gentile signora, quanto dirò è ciò che io penso in merito alla questione. Il mio parere è molto simile a quello dell'autrice della lettera, ma spero che le mie parole riescano a cogliere il bersaglio.
Lei crede davvero che quelle donne siano libere di scegliere? Io non conosco il loro passato, ma vivo in una regione in cui la massiccia presenza di immigrati musulmani mi ha messo in contatto con la loro cultura. Ho lavorato per mesi in una fabbrica in cui ero l'unico operaio italiano. Ho parlato con uomini e donne di varie culture, la maggior parte musulmani. Ebbene anche loro vedevano nel niqab un'imposizione di una frangia estremista e fanatica. Come la nostra anche la loro cultura è un insieme stratificato di idee, con cui si può essere o meno d'accordo. Ma loro stessi riconoscevano l'impossibilità di realizzare alcun dialogo con quelle donne. Perché il niqab altro non è che la manifestazione esteriore di una personalità oppressa.
Mi dicevano che il velo è una libera scelta, anche se il genitore preme affinché la figlia lo porti già in adolescenza. Ma le pressioni dei genitori sono un fatto in qualsiasi parte del mondo. E il velo non pregiudica la capacità di una donna di avere contatti con altre persone.
Una donna col niqab (e io ne ho incontrate più d'una) non è solo coperta da capo a piedi, è schiva, remissiva, timorosa, incapace di comunicare con chiunque.
Coi gesti, con le parole, con i sorrisi e anche con i battibecchi, io ho instaurato dei rapporti con molte persone di cultura differente perché entrambi eravamo disponibili a farlo. In questi casi invece non è possibile.
Credo non si debba aver paura di dire le cose come stanno. È giusto avere rispetto di tutte le culture, è giusto che ogni persona abbia la possibilità di decidere con autonomia, è giusto che la persone si sentano libere, ma non si può pensare che nel nome della tolleranza i più forti possano avere sempre vita facile sui più deboli.
Perché come diceva quel grande: "la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione".