venerdì 29 febbraio 2008

Eccheccazzo!

Sapete cosa mi piace di questo paese? La vista acuta.
Tutti guardano tutto e sanno tutto di tutti.
E si lamentano. Al bar soprattutto, e in modo particolare dei troppi favori all'inter e della sudditanza psicologica. Succede che quei poveretti della juve scrivano una lettera aperta al coni che faccia qualcosa per migliorare la qualità del servizio arbitrale.
Questi sì, che sono problemi.
E tutti a discutere della prova di coraggio della dirigenza juventina, finalmente qualcuno che fa qualcosa. Finalmente qualcuno che non ha paura di lottare e dare testate alle mura del potere. Perché questi sì che sono problemi, perché dietro ci sono ingenti spese e sforzi economici. Perché sennò come fai a pagare lo stipendio a quel poveretto di del piero che a fatica arriva a fine mese coi suoi scarsi milioni di euro l'anno?
I nostri connazionali hanno la vista acuta, guardano il telegiornale e vedono che la frutta aumenta, che il pane costa ormai più o meno come l'oro, che la benzina è meglio se te la nascondi sotto una mattonella a casa e poi la rivendi dopo qualche mese che si rivaluta più dei bot etc. Poi scrollano le spalle, sbuffano, mugugnano un "eccheccazzo" e passano su italia uno, che c'è studio sport e bisogna vedere se la lettera della juve ha sortito effetto, che finalmente c'è qualcuno che fa qualcosa.
E se ne stanno lì a guardare, orgogliosi della propria appartenenza, della propria maglia, dei propri beniamini che non si piegano davanti a nessuno e difendono i propri interessi.
E se non dovesse avere effetto? Tutti giù in piazza assieme agli ultras a protestare contro le magagne del campionato. Spacchiamo gli stadi, bruciamo le macchine fuori dallo stadio, facciamola vedere a quei maledetti che ci vogliono danneggiare, difendiamo gli interessi della nostra squadra. E se negano un altro rigore? Giù a fare lo sciopero del tifo, che il campionato è falsato ed è un problema grave.
Poi a casa aprono il frigo e vedono che non c'è manco una fetta di prosciutto e un pezzo di pane per farcisi un panino. "Eccheccazzo ma la fa la spesa mia moglie? Fanculo tocca farla a me." Prendono il portafogli lo aprono e non ci trovano dentro manco un soldo. Guardano il calendario che segna 15 febbraio. "Eccheccazzo bisogna che qualcuno faccia qualcosa."

lunedì 25 febbraio 2008

getti d'inchiostro II

brevi follie scritte di getto, seguendo le sensazioni del momento
Prova d’amicizia

Colpi alla porta, sempre più forti. Bonzo e Zecca si guardano, spauriti, mentre il rantolo cresce. Decine di uomini, o meglio, di resti umani picchiano i legni con le nocche marce e mugolano come vacche incatarrate.
– Cazzo, siamo fottuti! – strilla Bonzo.
– Fottuti – gli fa eco Zecca.
La capanna degli attrezzi sembra che voglia crollargli in testa a ogni colpo. Bonzo poggia la pistola su uno sgabello.
– C’è solo un colpo dentro.
Zecca si guarda in giro.
– Ci sarà qualcos’altro. Un badile, un palo, un tubo di ferro?
Bonzo si prende la testa tra le mani.
– Non c’è più un cazzo da fare.
– Se provassimo a uscire dal tetto?
– Piantala!
Zecca non si dà per vinto, si mette a scavare tra le macerie. Per qualche tempo il rumore delle schifezze che solleva per aria copre quello dei morti là fuori.
Alla fine se ne esce con una vecchia corda.
Si apre una crepa nella porta, pezzi di legno volano sui due. Dal buco appare una fila di denti neri; un avanzo d’uomo rosicchia le schegge e sputa pezzi di gengive a terra.
Zecca guarda Bonzo.
– Non c’è più niente da fare.
Poggia la corda sullo sgabello, vicino alla pistola. I due amici si guardano, nessuno dei due ha il coraggio di parlare. Alla fine Bonzo spiaccica una frase.
– Chi la pistola?
Zecca spalanca gli occhi come un gufo.
– Io! Soffro di vertigini, non posso prendere la corda.
– Col cazzo. Non mi va soffrire come un cane appeso.
Si osservano a lungo, come un vecchio duello del west. Bonzo s’immagina la musica di Ennio Morricone, Zecca le mutandine da donna che non è mai riuscito a sfilare.
La crepa sul muro s’allarga.
I due si lanciano sullo sgabello. Quattro mani agguantano la pistola e spingono i due in un macabro walzer. La canna si abbassa a metà altezza. Un colpo parte, Bonzo si accascia a terra premendo una mano sul petto.
– Ti ho fottuto... ah, ah, ah – dice proprio mentre la porta va in frantumi. I macilenti si riversano dentro e si buttano su Bonzo che ancora ride.
Zecca prende la corda, la annoda e la fa passare sul trave. Sale sullo sgabello e infila la testa nel cappio. I morti viventi si girano verso di lui. Tra loro c’è anche Bonzo, sfodera il suo nuovo sorriso a sei denti. Zecca abbozza un sorrisetto.
– Coglione.
E si lancia nel vuoto.
La corda si spezza, Zecca sbatte le chiappe a terra. Ne prende in mano un lembo. Troppo vecchia. Il sorrisetto scompare dalla sua faccia.
– Cazzo, ne andasse mai bene una.
Bonzo è il primo a saltargli addosso.

giovedì 21 febbraio 2008

petrol - dal fondo


C'erano una volta i timoria, i litfiba, i marlene kuntz; c'erano una volta un certo numero di gruppi e musicisti italiani che potevano piacere o meno, ma di cui si conoscevano nomi e canzoni; a cui tutti attribuivano una certa forza e personalità. Musicisti che cercavano di creare qualcosa e di svuotare con secchi e palette l'enorme barcone del panorama musicale italiano, che stava affondando miseramente. Essi ora sono morti e sepolti (anche il vecchio vasco, il primo ligabue a cui si possono attribuire la capacità di smuovere le folle oggi sono [musicalmente] finiti) e ora non si vede nessuno capace di far riemergere la musica nostrana.
Un timido tentativo lo fanno i petrol, gruppo fondato dal vecchio bassista dei marlene kuntz, dan solo, e dall'ex cantante dei fluxus, franz goria. L'album è una buona prova, non siamo certo ai livelli dei primi marlene (da cui prendono chiaramente in prestito alcune atmosfere) ma si sente l'intenzione di "dare" qualcosa agli ascoltatori. Le canzoni sono per la laggior parte delle ballate roccheggianti, con varie divagazioni soft e hard, tutte orecchiabili e a tratti interessanti. E cosa non da poco, ci sono dei testi che hanno un significato! E se uno come vasco prende la laurea in scienze delle comunicazioni (con una tesi dal titolo "eh, oh, ah, e-eh!"), e vengono ancora osannati i finley (i finley?!?) a gruppi come questo se ne può dare una in lettere (sì, sì, certo, ai marlene una "speclialistica").
Dal punto di vista strumentale sono decisamente sopra la media, ottime melodie e arrangiamenti. L'unico appunto che mi sento di fargli è quello di una tendenza eccessiva ad appiattire il cantato, peccato perché la voce sembra avere delle potenzialità notevoli (nei bassi ricorda de andrè e ha una buona estensione).
In ogni caso non la meno per le lunghe, in tempi come questi, gruppi così sono aria fresca...

lunedì 18 febbraio 2008

gaetano mistretta – i vermi nella mente


Prendo spunto dalla prefazione-saggio di valerio evangelisti (4 pagine...) e inizio con una domanda: perché comporre una raccolta di racconti? O meglio ancora, perché scrivere un racconto?
Credo che molti scrivano perché sentono l’esigenza di comunicare qualcosa, di esprimersi e far conoscere le proprie cose agli altri. Ci sono tanti motivi, piccoli e grandi, ma credo che sotto sotto, l’esigenza di comunicare qualcosa sia il fulcro di tutto.
Ora, non voglio sembrare arrogante e saccente, non voglio passare per quello che stronca la letteratura nostrana (sono convinto che ci siano fior fiori di scrittori in giro, e non solo i soliti nomi noti, parlo proprio del cosiddetto “sottobosco”), ma mi chiedo: gaetano, perché lo hai fatto?
Io non conosco l’autore, è la sua prima cosa che leggo, e non ho intenzione di scrivere uno di quei soliti post pieni di battute facili e ironie scopiazzate che molto spesso appartengono a famosi recensori italici (che poi passano per “brillanti”). Voglio solo capire il perché di un’opera che, secondo me, è davvero brutta.
A livello formale non c’è niente da dire, lo stile è semplice. Solo, non funziona. Così come i dialoghi, sembrano provenire da un altro pianeta. Non ce n’è uno che sia credibile. Ma anche se fosse un espediente ricercato, non sono verosimili.
Le storie sono sconclusionate, spesso banali, a volte con una eccessiva ricerca del finale a effetto che, giuro, non ho capito. Oltretutto sono molto slegati, non c’è un tema, un filo conduttore, un’area tematica. Non dico che debba essere tutto horror o tutto noir o chessò, solo un minimo minimo di coerenza. Come direbbe qualcuno “non solo non sono lo stesso campo da gioco, non sono nemmeno lo stesso sport!” (non mi sono trattenuto, scusate...)
Be’, che dire, sperando che l’autore non passi da queste parti, vi sconsiglio vivamente di leggerlo.

giovedì 14 febbraio 2008

l'aspirante scrittore - capitolo VII - l'aspirante lettore





Ho letto molti interventi, in giro per il web e su riviste, di esordienti scrittori, pseudo-scrittori, scrittori ed editori. Sono rimasto perplesso nel sentir dire molto spesso una cosa del genere: "se non leggi 2-3 libri a settimana non sei un vero aspirante scrittore."
A me spesso viene da pensare: "Ma tu chi cazzo sei? Uno che ha i giorni di 28 ore?"
Ora, non so voi, ma io quando riesco a leggere 4 libri al mese sono contento. Cioè, è una questione matematica, di puro tempo materiale. Al giorno c'ho i 40 minuti totali di treno + i 20 di bagno. A volte, quando non mi cala la palpebra (ed è quasi routine), mezz'ora prima dormire. Di sera, quando la bimba è in vena di sonno, riesco a ritagliarmi l'oretta per scrivere.
Qualcuno si chiederà: "Ma allora come fai a tenere un blog?" Io gli rispondo con un'altra domanda: "Tu che fai durante le pause caffè o le pause pranzo al lavoro?"
"E i fine settimana?"
"Che non ce l'hai una famiglia tu?"
Quindi, in sostanza, non rompete le palle con le solite frasi fatte copiate l'uno dall'altro. Anch'io, come il grande carver, vorrei avere un clone che legge mentre scrivo e viceversa.
Leggere è un passatempo e una passione, non capisco perché fare sempre la gara a chi ce l'ha più lungo.

Dopo di ciò, ho formulato altri interessantissimi (?) pensieri: sapete quanto costa un libro medio al giorno d'oggi? Ci sono le ultime uscite che ormai hanno raggiunto la mitica soglia dei 20 euro (già quando era successo coi CD mi prese uno stato di depressione), mentre i tascabili stanno anche sui 6-7. Diciamo 12 euro in media. Se io comprassi tutti i libri che leggo spenderei tipo 48 euro al mese, quasi 600 euro l'anno! Figurarsi a leggerne 3 a settimana.

Certo, si può ovviare con le biblioteche (come faccio io), coi mercatini, con le fiere, ma resta sempre il fatto che se ti vuoi leggere QUEL libro, proprio quello lì, che già dovresti ordinarlo perché non si trova nemmeno in libreria, diventi matto.

Come al solito bisogna arrabbattarsi in qualche modo.

Ma almeno, cari santoni, a noi comuni mortali, lasciateci arrabbatare come ci pare e piace.

martedì 12 febbraio 2008

BRIVIDI

Sono quelli che mi vengono quando sento le canzoni di questo tizio.

Le sto sentendo adesso, quelle famose, quelle dei film di sergio leone o anche altri tipo the mission. Ascolto un sacco di musica, dal rock al metal, dalla classica all'alternativa, penso non ci sia nulla che mi da le stesse sensazioni, cose tipo polmoni espansi e levitazione a occhi sgranati.

Che dire, una recensione è inutile, anche un parere stile macelleria.

Grande Ennio, grande.

lunedì 11 febbraio 2008

getti d'inchiostro - I

brevi follie scritte di getto, seguendo le sensazioni del momento
*
leggende di catrame
*
C'è odore di catrame in questa stanza, come se stessero asfaltando una strada. Eppure ci sono solo 2 computer e un palo di legno. Il palo di legno sono io. Ho dormito male e la schiena mi si è bloccata. Dritto e coi capelli stopposi sulle guance, sembro un mocio rovesciato.
Vado in giro per la camera ad annusare, infilo il mio naso prensile tra i pertugi del laboratorio. Catrame ovunque, ovunque.
Esisterà l'origine della puzza, da qualche parte. Non riesco a trovarla. Accendo il condizionatore, attivo il basculamento. Se ne andrà via. Il lezzo diventa ondulatorio, mi investe a moti alternati, narice-occhio-capelli.
Sposto le stampanti, i fili, i cavi, gli schermi, le tastiere, ci infilo il naso sotto. Mi cade la tastiera, sul naso. Impreco e starnutisco (ma poteva andare peggio). Un sassolino è caduto per terra. Lo raccolgo. È un grumo di catrame, ce l'avevo nel naso.
Nel naso? Ma come minchia c'è finito lì dentro?
Lo butto via. In pace finalmente. No, lo sento ancora, l'odore di bitume vecchio. Rimane solo il condotto d'areazione. Sto impazzendo, sono il solito cane rabbioso. M'arrampico sulla scrivania, sposto la grata, mi isso sul soffitto. Cunicoli polverosi, topi morti (avevano detto che avevano disinfestato tutto), aria sempre più catramosa, ometti paffutelli che corrono dietro gli angoli.
Li inseguo. Hanno dei sacchetti sulle spalle, sono veloci, ma io striscio come un serpente. Ne afferro uno per un piede. Strilla e s'incazza. Gli chiedo chi è, che vuole, perché mi tormenta.
- Non ci riconosci?
- O-omini del sonno?
- Ta-da! Indovinato.
- Ma che cacchio fate?
- Siamo in rivolta, ci avete rotto le palle voialtri. D'ora in poi dai nostri sacchetti non spargeremo più polvere di sonno, ma catrame.
- Ma... perché?
- Perché così morirete piano piano pieni di tumori.
- Oddio! Ma io volevo sapere che vi ho fatto io.
- Anche tu, sì, come tutti bello. Ora mollami!
Arrivano un bel po' di suoi amichetti, si mettono a saltare come forsennati. Trema tutto, i pannelli scricchiolano, si rompono. Cado nel corridoio dell'ospedale in una nube di catrame. Un'altra botta sul naso. Camici bianchi mi circondano.
- Gli omini del sonno, sono in rivolta!
Chissà perché nessuno mi crede, si guardano tutti con occhi pietosi.
- Preso una bella botta, eh? - mi dice un medico. - Su, andiamo.
Mi mettono su una barella. Sento qualcuno che sghinazza, sopra di me. Mi portano via.

venerdì 8 febbraio 2008

L'aspirante scrittore - interludio - auto-segnalazione

C'è un mio racconto sul blog di barbara garlaschelli, "pan per focaccia", selezionato per l'iniziativa "corto si può fare". Se vi va di leggerlo cliccate sul link, lasciate pure commenti e critiche e linciaggi (qui o lì, dove preferite), ché le polemiche sono già divampate al primo commento (c'è una che si firma "mamma scrittrice" che ce l'ha con me e altri pubblicati...).
È la prima volta che un mio scritto finisce sotto sguardi polemici e rancorosi (fiiico!), anche se devo dire che un po' mi dispiace. Insomma io credo che chiunque abbia un minimo di discernimento, ma proprio un minimo minimo di raziocinio, dovrebbe capirne l'intento, o no?
Ho sempre avuto la spavalderia di spandere messaggi (spesso anche non molto impliciti) in tutto ciò che scrivo, non pensavo che...
Ma sì, basta lagne, che sennò ci facciamo due palle che non finiscono più. Buona lettura a chi si vorrà addentrare nell'oscuro mondo di Pamper Focaccia...

mercoledì 6 febbraio 2008

alda teodorani – labbra di sangue

Se qualcuno mi regala un libro state certi che prima o poi lo leggo. Questo mi è stato gentilmente donato dal sempinero webmaster de la tela nera, durante l’ultima famigerata cena ltn., assieme ad altri 2 che verranno a ruota. È stato lì sullo scaffale per un po’, quindi è passato sotto i miei occhiacci.
Che dire, è un romanzo di 200 pagg (che poteva starci in 150) senza molte pretese, o forse troppe, a seconda dei punti di vista. Io ho letto poco di questa scrittrice, quindi non posso fare paragoni incrociati, ma sentendo quel che si dice in giro, è da molti considerata una delle regine del nero italiano, una di quelle che racconta truculenze senza peli sulla lingua. In effetti di violenza nel libro ce n’è a volontà, ma a volte dà la sensazione di una forzatura un po’ troppo ricercata.
La trama è molto semplice, c’è un serial killer che si aggira per Roma, un commissario che indaga, un ragazzo sfigato che sta sempre in mezzo, un sacco di vittime e un colpo di scena finale un po’ telefonato. Niente di che insomma.
I maggiori pregi li ha individuati forse proprio lucarelli nella prefazione: c’è il tentativo di creare un’atmosfera particolare, una serie di quadretti a tinte oscure, un susseguirsi di personaggi e violenze, con la ricerca di una prosa ritmata e a registro alto alternata a dialoghi secchi e azioni nette. Non ci sono descrizioni esteriori, è tutto lasciato all’immaginazione del lettore, solo introspezioni e salti di punti di vista. L’idea non è male, solo che c’è il rischio di cadere in alcuni stereotipi, e purtroppo questo spesso accade nel romanzo (es: il commissario duro, il giornalista squalo…). Ed è un vero peccato perché alcune sequenze sono davvero affascinanti.
Ultimo punto a sfavore è l’utilizzo del tempo narrativo: terza persona al presente. Ora, io sono un cultore del presente (soprattutto prima persona) e non riesco a capire perché la teodorani lo ha alternato spesso al passato prossimo, il che crea un effetto straniante e un “delay” dell’azione spesso fastidioso.
Infine qualche refuso di troppo, un buon lavoro di editing non avrebbe guastato.
Tirando le somme un libro che poteva essere qualcosa di originale e che si è perso per strada accartocciandosi su se stesso.

lunedì 4 febbraio 2008

Aemicrania

lontano dalla luce
dai rumori
dalle stupide azioni fastidiose
.
coi semplici gesti inutili
caricati d'un effimero sollievo
.
lontano dai respiri
dall'aria
che gela le narici
.
e trafigge le ossa
come una stalattite di vetro
.
vicino al nulla
la stasi
l'assenza unica
.
il sollievo diafano
del vuoto attorno al corpo.