venerdì 19 ottobre 2007

blackout – gianluca morozzi


Continua il mio periodo di detossificazione da autori americani. Dopo manfredi è il turno di morozzi, scrittore classe 1971, che ha studiato giurisprudenza (e non ho capito se l’ha finita, visto che l’ultima sua dichiarazione che ho letto dice che sta in tesi da tre anni), e che parla di sé definendosi ex sosia di kabir bedi (quando ancora aveva i capelli) e recente sosia di pancaro, il calciatore. Lingua fresca e ficcante, casa sommersa dai fumetti (soprattutto americani) e tendenza tragicomica, ecco le qualità che mi sono saltate all’occhio leggendo qualche sua intervista; ed ecco che ho capito da dove deriva la spiccata capacità narrativa che sgorga dalle pagine del suo romanzo. Morozzi è onesto. Non parla di cose che ha letto su wikipedia o sfogliando qualche pagina internet. Ci offre una storia suggestiva e avvincente condendola di esperienze proprie. La buona idea di partenza, cioè un sedicenne che deve scappare di casa, una ragazza universitaria omosessuale e un serial killer sosia di elvis chiusi insieme in un ascensore il 15 di agosto, diventa quasi storia vera, ricca di particolari, di emozioni, di flashback, di sensazioni che appaiono come realmente vissute.
Se si aggiunge uno stile decisamente buono, sia come lessico che come capacità di utilizzo dei periodi, abbiamo per le mani davvero un buon romanzo.
Di note dolenti ne ho trovate essenzialmente tre.
Primo: la gestione del colpo di scena. Naturalmente non svelerò di cosa si tratta, ma credo che venga fuori troppo come fulmine a ciel sereno. Non dico che non ci possa stare una svolta di quel tipo, ma andava introdotta meglio, con più gradualità.
Secondo: lo stile ho detto essere veramente buono, sa far crescere il ritmo con l’avvicinarsi al climax (bravura che non tutti hanno), ma a volte la scrittura diventa troppo “piena”, ridondante e tende a essere faticosa da leggere. Per fortuna sono solo poche, piccole parti.
Terzo: alcune considerazioni finali fatte troppo esplicitamente, critiche sparse e un po’ troppo vicine alla “frase fatta”. Avrei preferito vederle diluite o comunque più implicite.
Considerazione finale: il libro è da leggere, uno di quelli di cui si dice “si legge tutto d’un fiato”, e “non vedi l’ora di vedere come va a finire”. Almeno per me è stato così e lo consiglio a tutti.

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